Altered Carbon | Anche i vestiti raccontano una storia

È passata ormai una settimana dal debutto di Altered Carbon sulla piattaforma Netflix, non l’avete ancora vista? Cosa state aspettando!?
Un’ottima risposta targata Netflix ad alcuni dei più importanti show televisivi di fantascienza come Westworld e The Expanse che stanno spopolando sulle reti statunitensi e di tutto il mondo. Trae le sue radici dal romanzo cyberpunk di Richard K. Morgan e cerca di mettere in scena una civiltà fuori da ogni immaginazione che permette alle persone di vivere in eterno sfuggendo alla morte.
In questo articolo vogliamo focalizzarci principalmente sui costumi, sulla stravaganza di alcuni look e come questi siano stati realizzati per raccontare una storia a modo loro. A parlarne è proprio la costumista Ann Foley durante un’intervista per The Verge.


Come sei passata dall’idea di base di Altered Carbon ai prodotti finiti?
Prima di tutto ci siamo focalizzati su che tipo di storia visiva volevamo raccontare e successivamente abbiamo iniziato ad illustrare questo mondo fantascientifico. Dalle illustrazioni poi ovviamente inizi a costruire i costumi. Non dobbiamo dimenticarci che stiamo cercando di raccontare una storia per immagini e quindi prima di tutto gli abiti devono caratterizzare i personaggi. Ci siamo dunque chiesti: che cosa vogliamo trasmettere al pubblico? Non dobbiamo dimenticarci che lo show è anche super acrobatico e infatti abbiamo lavorato a stretto contatto con gli stunt così da capire se gli abiti impedissero qualche movimento.
Che tessuti hai scelto per la lotta?
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Le tutte da combattimento in realtà erano costruite a partire da Eurojersey stampato. La base è bianca e successivamente abbiamo stampato il colore e il motivo così da dare una definizione davvero fantastica al tessuto. I veri gilet erano di pelle, ma avevano anche qualche componente elastica così da adattarsi ad ogni movimento. Per le scene aeree abbiamo adoperato stivali da wrestling così da non intralciare gli attori mentre erano sospesi.
Come sei riuscita a bilanciare estetica e futuro?
Dopotutto sono solo 300 anni nel futuro e non volevamo che i vestiti sembrassero i soliti vestiti del futuro. Quindi abbiamo giocato con diverse silhouette e linee di stile. Ci siamo ispirati principalmente a Blade Runner e Gattaca, ma c’è sempre qualcosa di leggermente diverso. Per esempio, per i Meth, la classe superiore nello show, ci siamo ispirati alle nuvole, dopotutto loro vivono proprio là sopra. Materiale puro e leggero, argento, oro, avorio e blu chiaro. Poi ci siamo divertiti anche a giocare con i costumi, infatti, se fate caso alcuni uomini indossano veramente abiti femminili.
Come riesci a far emergere tramite i costumi la diversa personalità?
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C’è una scena in particolare che ci ha messo a dura prova, sto parlando del momento in cui Takeshi scopre che la figlia di Bancroft utilizza spesso un clone della madre. Se prestate bene attenzione ci sono dei piccoli dettagli che vi fanno capire che sono due persone diverse: non indossa la fede nuziale e i suoi orecchini erano diversi. Gli stessi corpi diventano degli accessori personalizzabili e da indossare a seconda delle occasioni.
Come sei arrivata a realizzare i costumi delle Guardie del Pretorio? 
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Ho lavorato a stretto contatto con il regista. Abbiamo parlato molto riguardo a ciò che volevamo trasmettere. Dopotutto questi ragazzi irrompono in una stanza e non vogliamo subito far sapere se sono umani o robot prima che uno di loro si tolga l’elmetto. Un altro aspetto importante è stato la progettazione dello stack.  Il nostro scopo principale è quello di inventare qualcosa che nessuno avesse mai visto prima il che è difficile dal momento che il mondo dei videogiochi sta facendo passi da gigante.


 
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