Love Story: quando amare significa non dire mai mi dispiace

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I suoi dialoghi d’amore sono sicuramente tra i più citati della storia del cinema, la sua colonna sonora è stato puro pathos da Oscar per non parlare dell’enorme successo ottenuto. Love Story, il cult movie basato sul romanzo di Erich Segal e diretto da Arthur Hiller, arriva finalmente su Netflix il 1° marzo per scioglierci il cuore.

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Un’icona di genere

Quando si pensa a Love Story ci si sofferma subito sulla vastità dei tempi affrontati. Considerato un classico del filone romantico ha proprio tutto: dalla passione ai tempi del college all’impedimento della famiglia per differenza sociale, dal sacrificio di carriera fino alla malattia mortale. Insomma, una pellicola da manuale che racconta al meglio l’anticonformismo degli anni ’70 tra ateismo, matrimonio in salsa hippy e il rifiuto della famiglia.

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Love Story e il tema del cancro

Il racconto si apre con il protagonista, Oliver, che racconta sottoforma di flashback la sua storia d’amore con Jenny. Lei è appena morta di cancro e lui giustamente è disperato, la sua vita non potrà più essere la stessa. La malattia è una tematica che spesso ricorre come clichè di genere, ma al debutto di Love Story erano veramente poche le pellicole che raccontavano di un amore così travagliato e per così dire dannato. È difficile non lasciarsi andare al pietismo e alla fine le lacrime iniziano ad affiorare quando Oliver e suo padre si riconciliano con la frase iconica: “amare significa non dire mai mi dispiace”.

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Il rilancio del brand

Al Gore, l’allora vicepresidente degli Stati Uniti d’America, ha cercato di rilanciare Love Story alla fine degli ’90. In un momento di instabilità politica dovuta a numerosi scandali, il numero due di Clinton pensò ad un espediente per distrarre l’opinione pubblica americana. Egli infatti rivelò di essere lui colui che ispirò il personaggio di Oliver e Jenny invece era una studentessa di musica povera, ma colta.

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