Mowgli – il figlio della giungla e Il libro della Giungla: un paragone a dir poco necessario

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Un paio di anni fa uscì al cinema il live action di “Il Libro della Giungla”. Mi ricordo ancora tutto il mio entusiasmo nel vedere per la prima volta uno dei miei cartoni preferiti diventare realtà. Infatti non a caso, da vera malata di mente, ci andai non una, ma ben due volte.

Perchè si sa, in questi casi, durante la prima visione rimani stupita per gli effetti speciali mentre durante la seconda apprezzi veramente tutto il film dalla trama ai personaggi. Assapori ogni singolo dettaglio cercando macchinosamente il senso dietro ad ogni scena.

Il 7 dicembre, sul catalogo Netflix, fa il suo debutto una nuova versione sempre ispirata ai racconti di Kipling: Mowgli – Il figlio della giungla. Il cucciolo d’uomo è tornato, ma questa volta ammetto in maniera molto, ma molto diversa.

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Quale tra le due è la migliore versione?

Oserei dire che è quasi inutile stare qua a stabilire se c’è o non c’è qualche connessione tra i due film. L’unico punto d’incontro tra i due è la storia cui trae origine. Certamente entrambi sono dei live action che di live hanno veramente poco, perchè giustamente sono per lo più motion capture e CGI.

Per non parlare del cast d’eccezione che ha prestato voce ai vari personaggi. Se da una parte abbiamo Bill Murray, Scarlett Johansson, Lupita Nyong’o, Idris Elba e Christopher Walken di contro c’è Christian Bale, Cate Blanchett, Benedict Cumberbatch e Naomie Harris.

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Le storie invece differiscono particolarmente, ma questo era quasi scontato. Credo che nessuno al mondo si sarebbe aspettato un’ennesima fotocopia della versione Disney. Anzi se dovessimo essere puntigliosi e mettere i cosiddetti punti sulle i, sotto questo aspetto, la pellicola promossa da Netflix è molto più fedele alla versione cartacea di Kipling.

La vita non è tutta rose e fiori nella giungla specialmente per un cucciolo d’uomo. Questo Mowgli lo sa bene che fin da quando è piccolo vive con il terrore della tigre assassina, quella bestia che ha giurato di dargli la caccia finchè rimarrà in vita. Nessuno può far fronte a tale animale, l’unica soluzione sensata è quella di riportarlo là dove l’essere umano può difenderlo: il villaggio, simbolo della potenza dell’uomo.

L’imperialismo britannico: l’India ai tempi di Kipling

Se la versione “disneyana” salta completamente questa parte, la elimina perchè estremamente negativa, quella presente su Netflix cerca di sottolineare come l’uomo del diciannovesimo secolo ormai non dava più così importanza alla natura. Questo è infatti un periodo storicamente ricco di grandi esplorazioni, conquiste del mondo e colonizzazioni. Qui nascono i grandi imperi coloniali e l’egemonia dell’Inghilterra. Simbolo di tutto questo è il cacciatore bianco che si diletta nell’uccidere prede sia per orgoglio personale che per soldi.

“Gli strati del film sono molto più integrati con il tempo in cui il libro è stato scritto. Rudyard Kipling come scrittore, in quanto figlio dell’impero, in realtà, è figlio dell’imperialismo.”

Serkis
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Quindi se da una parte Mowgli – Il figlio della Giungla è quasi impossibile decontestualizzarlo da un determinato periodo storico, Il libro della Giungla sì. Rimane sempre e comunque una storia a se stante senza connotazione di tempo e di luogo, una favola per bambini intramontabile e che sempre ti lascerà un bel sorriso stampato in faccia quando senti alla radio o di sfuggita “Lo stretto indispensabile”.

Dopotutto nel profondo rimaniamo sempre dei bambini solamente un po’ più cresciuti e quindi tra i due inesorabilmente tenderemo sempre a preferire la favoletta felice. Ciò nonostante la piattaforma di streaming ha fatto un ottimo lavoro e il film a mio parare deve essere visto anche solo per vedere la storia da un’altra prospettiva.