Sulla mia Pelle: un film duro da vedere, ma soprattutto da digerire

Quando Netflix a giugno annunciò l’uscita di Sulla Mia Pelle pensai immediatamente: possibile che esista un regista così audace da voler raccontare un capitolo così buio della storia italiana da chiamarsi Stefano Cucchi?

Avevo sedici anni quando sui notiziari esplose come un fulmine a ciel sereno il tremendo caso della sua inaspettata morte. Ero seduta a tavola con la mia famiglia, stavamo cenando e nel frattempo al telegiornale passavano le sue immagini e il racconto della sua vicenda. Rimasi ferma, ascoltai tutto in rigoroso silenzio. Avevo la nausea. Mi girai verso mio padre e gli chiesi: come può l’uomo fare tutto questo? Come può lo Stato permettere questo?

Sulla Mia Pelle: giustizia per Stefano Cucchi

Presentato alla 75°edizione del Festival del Cinema di Venezia, Sulla mia Pelle ha fatto subito scalpore commuovendo e facendo riflettere tutti i presenti. Inutile domandarsi il perchè dal momento che pare abbastanza scontato, piuttosto è interessante chiedersi come ci sia riuscito. Il film diretto da Alessio Cremonini con Alessandro Borghi, Max Tortora e Jasmine Trinca è un pugno allo stomaco fin dalle primissime scene.



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L’esordio diventa l’epilogo di una storia terribilmente taciuta, ma che tutti noi conosciamo fin troppo bene. Il corpo esanime disteso sul lettino è avvolto in un buio opprimente e in un silenzio quasi assordante. Basta neanche una manciata di secondi e già una morsa terribile si aggancia al nostro stomaco, una morsa che non ti lascia più fino all’ultima scena.

Sappiamo tutti come finisce la vita di Stefano Cucchi eppure non siamo pronti a saperlo, eppure vorremmo anche solo per un attimo sperare che sia andato tutto in maniera completamente diversa. Per questo motivo delusi e sconfortati non ci resta che lasciarci prendere dalla rabbia per una giustizia che tace. 



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Per 100 minuti Sulla mia pelle ci insegna come il dolore fisico possa diventare un ostacolo invalicabile alla sopravvivenza e la paura purtroppo diventa la tua unica compagna e non perdona. Si arriva alla fine del film confusi e profondamente incazzati. I dubbi e le perplessità prendono il sopravvento. Perchè Stefano hai taciuto? Perchè non hai gridato forte che ti hanno picchiato? Perchè le scale? Perchè hai rifiutato gli aiuti? Perchè i medici non hanno fatto di più? Perchè nessuno sembri fare la cosa giusta?

«Nei sette giorni che vanno dall’arresto alla morte, Stefano Cucchi viene a contatto con 140 persone fra carabinieri, giudici, agenti di polizia penitenziaria, medici, infermieri e in pochi, pochissimi, hanno intuito il dramma che stava vivendo. È la potenza di queste cifre, il totale dei morti in carcere e quello del personale incontrato da Stefano durante la detenzione che mi ha spinto a raccontare la sua storia: sono numeri che fanno impressione, perché quei numeri sono persone».

Poi l’amarezza prende il sopravvento, l’amarezza di una giustizia che forse mai arriverà per un ragazzo che purtroppo si è trovato al momento sbagliato nel posto sbagliato. Quanti Stefano Cucchi devono esserci al mondo per cambiare questo sistema?

“Quando smetteremo de racconta sta stronzata delle scale? Quando le scale smetteranno de menarce”

Alessandro Borghi nei panni di Stefano Cucchi

In questa ambientazione buia e tetra risplende però un Alessandro Borghi completamente diverso rispetto quello che abbiamo conosciuto in Suburra.Io non conoscevo Stefano, io non so niente di Stefano. L’unica fotografia che conosco è il suo viso tumefatto dopo un’autopsia. Quella famosa immagine che lasciò milioni di italiani senza parole e che mostra i segni evidenti di un corpo martoriato. 

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L’attore romano non solo ha mostrato ottime doti da trasformista perdendo più di 10 kg per il ruolo, ma è riuscito a ridare dignità ad una persona che involontariamente è entrata a far parte del circo mediatico. Si è tanto parlato di Stefano, ma chi era in realtà?

Stefano Cucchi urla insieme ad Alessandro Borghi e noi insieme a loro.

Sembra quasi ridondante continuare a parlarne. Se non avete ancora visto “Sulla mia pelle” è giunto il momento per voi di guardarlo. Una storia che non deve passare nel dimenticatoio, una cicatrice che è ancora aperta e continua a sanguinare.



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