War Machine | Satira o film di guerra?

Non sono venuto qui per gestire questa guerra e tanto meno per perderla.

Ispiratosi al saggio “The Operators”, War Machine è un film satirico che racconta la controversa figura del generale Stanley McChrystal, inviato dall’esercito degli Stati Uniti per cercare di chiudere definitivamente il conflitto in Afghanistan. Egli fu poi rimosso dall’incarico dallo stesso presidente Obama a causa di una serie di commenti offensivi nei suoi confronti.



La guerra sarà anche uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. Con questa frase si potrebbe riassumere l’intero concetto amoralistico che cerca di trasmettere questa pellicola.

War Machine è una satira del mondo militare che cerca di essere contemporaneamente un manifesto pacifista, una presa in giro degli accordi internazionali e una critica ad alcuni aspetti della presidenza di Obama. Cosa ne viene fuori?
Un minestrone di idee confusionarie. Diversi espedienti ci riportano all’interno del genere satira tra cui per esempio l’interpretazione fin troppo macchiettistica dello stesso Brad Pitt nei panni del generale  che dalle parole della voce fuori campo.

Io e la mia squadra stiamo per imbarcarci in una nuova direzione. – Qual è la nuova direzione? – Faremo dell’Afghanistan una nazione libera e prosperosa. – Assomiglia molto alla vecchia direzione.

Ma questa satira è efficace? 

Ci sono momenti in cui funziona, è a dir poco tagliente e caratterizzata da un’intelligenza disarmante. Specialmente nelle scene iniziali dove viene presentata la vita di campo, la personale equipe del generale, ma anche la descrizione del protagonista. Momenti di pura ilarità che nascondono sotto una realtà più drammatica quale la guerra in Afghanistan.



Ci sono scene in cui invece l’ironia è al confine, non si capisce esattamente verso quale direzione voglia andare a parare la narrazione se continuare a puntare sulla satira, se sbilanciarsi sulla critica politica o se invece stia diventando un classico war movie.

War Machine forse tenta di ripercorrere le orme tracciate da Kubrick nel film Il Dottor Stranamore, ma è ben lontano dal riuscirci. Il film di Michod manca di umorismo nero e graffiante che invece il capolavoro del ’64 ne è pieno.



La triste parabola di Glen McMahon, accolto in Afghanistan come il Salvatore che viene poi brutalmente distrutto da un articolo di Rolling Stone, rappresenta un po’ la caduta dell’America stessa che passa dall’amministrazione Obama a quella di Trump.

Promosso! Nonostante questa piccola critica sulla struttura narrativa è un film godibile. Due ore passano veloci e leggere e le battute riescono a coprire al meglio le lacune che abbiamo mostrato precedentemente.


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